Not so sweet

La corsa alla terra si è intensificata nell’ultimo decennio, con l’Africa subsahariana come la più colpita. I governi, le élite locali e le società straniere stanno assumendo sempre più il controllo su vaste aree di terreni agricoli con l’obiettivo di creare rendimenti finanziari più elevati. Di conseguenza le comunità locali sono state profondamente colpite. I loro mezzi di sussistenza tradizionali, basati principalmente sulla rotazione delle coltivazioni, sulla pesca e sulla caccia, sono stati minacciati da diversi impatti dovuti all’accaparramento e allo sfruttamento delle terre. Il cacao è stato originariamente portato in Africa occidentale dalle aziende di cioccolato europee, che cercavano di coltivarlo dove la manodopera costava poco e quell’eredità coloniale esiste oggi nell’industria del cioccolato. Infatti il mercato del cacao vale una fortuna, ma la gran parte dei profitti finisce nelle mani delle grandi multinazionali dolciarie straniere che controllano il commercio del cioccolato. Oltre il 65% del cacao prodotto a livello globale proviene dall’Africa occidentale, con il Ghana che è riconosciuto come uno dei maggiori produttori mondiali, secondo solo alla Costa d’Avorio. Il contributo dell’industria del cacao all’economia ghanese è significativo, impiegando circa 850.000 famiglie di agricoltori e generando ogni anno circa 800.000 tonnellate di cacao. La pandemia ha fatto scendere i prezzi del cacao e ridotto ancora di più i margini di guadagno degli agricoltori. In Ghana, i coltivatori di cacao guadagnano circa 2.000 dollari per l’intera stagione del raccolto (6 mesi) il che significa meno di 6 dollari al giorno, rapportando tale cifra all’intero anno. Su una barra di cioccolato da 100 grammi, il cui costo medio è 3,5 dollari, al coltivatore Ghanese, vanno solo 0,15 centesimi. Di conseguenza, le famiglie di agricoltori ricorrono spesso all’uso del lavoro minorile come mezzo di sostentamento dell’intero nucleo familiare. Oltre ai rischi legati all’uso dei machete, i bambini sono anche esposti a sostanze chimiche agricole nelle piantagioni di cacao. Regioni tropicali come il Ghana, scelgono costantemente di affrontare le prolifiche popolazioni di insetti, spruzzando i baccelli con grandi quantità di sostanze chimiche pericolose, come il glifosato. Per loro ci sono turni estenuanti, manioca e banane come unico nutrimento, nessuna precauzione sanitaria, giacigli all’aperto e ovviamente niente scuola. Infine la produzione di cacao pone seri problemi ambientali, buona parte dei raccolti proviene da appezzamenti coltivati illegalmente, porzioni di foresta teoricamente protette e che invece sono state appositamente disboscate. Con l’aumento del consumo di cioccolato, trainato soprattutto dall’Europa, dove la media pro-capite è di 8 kg all’anno, ad un coltivatore Ghanese viene richiesto di aprire circa 500 fave al giorno, ossia circa mezzo chilo di cacao. Un giro d’affari in continua crescita che ha raggiunto, a livello planetario, i 100 miliardi di dollari nel 2022. Come altre materie prime, alla base della catena produttiva, il cacao è associato alla miseria; il prodotto finito al lusso. Tra questi due mondi si collocano le multinazionali che si spartiscono il mercato: l’americana Cargill, la singaporiana Olam, la Svizzera Barry- Callebaut (Saco) e le francesi Touton e Sudeen. E’ una storia che si ripete e che racconta come nella globalizzazione convivono modernità e situazione arcaiche, diritti dei consumatori e semischiavitù dei contadini. (Testo di Luca Catalano Gonzaga).

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